“A Fondi c’è la mafia” e il governo rimuove il prefetto

Dal sito “Giornalettismo”

Trasferito d’ufficio il prefetto Frattasi che aveva chiesto lo scioglimento per infiltrazione mafiosa del comune laziale, guidato dal centrodestra. Ecco un altro modo “concreto” di come il governo combatte la mafia.

Il prefetto Bruno Frattasi l’aveva denunciato in ben due dettagliate fondi castello baronale “A Fondi c’è la mafia” e il governo rimuove il prefettorelazioni, poi inviate al Ministero dell’Interno. L’Amministrazione comunale di Fondi, comune laziale, in provincia di Latina, guidato da una giunta di centrodestra è soggetta ad “infiltrazioni di stampo mafioso”. Vi furono ben 17 arresti e un’ inchiesta durata due anni condotta dai pm De Martino e Curcio della Procura Antimafia, che riguardava la gestione del mercato ortofrutticolo e diversi appalti “sospetti” assegnati in tutta la zona. Era stato arrestato pure l’assessore comunale ai lavori pubblici Riccardo Izzi (Pdl), dopo che le indagini avevano accertato precise collusioni tra diversi funzionari comunali e una cosca della ‘ndrangheta. Secondo l’inchiesta al vertice dell’organizzazione, c’erano i fratelli Carmelo Giovanni Tripodo, Antonio Venanzio Tripodo, figli del boss don Mico. Questi ultimi gestivano il Mof (il mercato ortofrutticolo tra i più grandi d’Italia) e riuscivano ad ottenere favori nell’assegnazione di appalti da parte del comune di Fondi. L’indagine dell’antimafia aveva permesso di individuare una fitta rete che avrebbe portato ad individuare collusioni con i funzionari del comune di Fondi sia per la gestione del Mof sia per l’affidamento di appalti per servizi funebri, traslochi, pulizie, disinfestazioni. Il tutto in cambio di soldi, partecipazione ai dividenti, favori e aiuti, nel caso dell’ex assessore Izzi, per la campagna elettorale dove risultò primo tra gli eletti. Per quanto riguarda il Mof, il gruppo sarebbe stato in grado anche di dettare i prezzi dei prodotti e quali società potevano operarvi. Elementi pesanti che avevano portato il prefetto Frattasi a chiedere inequivocabilmente lo scioglimento del consiglio comunale. Il governo, lo stesso governo che si vanta di aver arrestato (mica gli inquirenti e le forze dell’ordine…) almeno “8 mafiosi al giorno” – dati mai verificati da alcun organismo terzo – ma che guarda caso, però, ha fatto per mesi orecchie da mercante sull’intera vicenda.

FILA E FONDI – Come scrive nel suo articolo su Giornalettismo, Luca Rinaldi  del 4 ottobre scorso, “dopo la segnalazione di Frattasi al ministero dell’Interno, il ministro, aveva inoltrato la richiesta al Consiglio dei Ministri, il quale solitamente approva la richiesta di scioglimento. Per  “A Fondi c’è la mafia” e il governo rimuove il prefettoFondi, non funziona e, dulcis in fundo ci si mette di mezzo pure l’approvazione del pacchetto sicurezza, proprio quello che dovrebbe consentire alle forze del bene di sconfiggere quelle del male: a seguito delle nuove norme inserite, il ministero dell’interno dovrà presentare una nuova domanda in linea con la nuova normativa del multiforme pacchetto sicurezza”. L’escamotage trovato diventarono, quindi, le improvvise (e per la verità assai sospette) dimissioni del sindaco Luigi Parisella, l’intera giunta comunale, nonché di tutti i consiglieri della maggioranza di centrodestra. Scrive ancora Rinaldi: “Il segnale è piuttosto chiaro e facilmente interpretabile, soprattutto alla luce del fatto che il Consiglio dei Ministri aveva deciso di far slittare la decisione sullo scioglimento alla prossima settimana. Ci si chiede allora perché il governo non sia intervenuto prima sciogliendo il comune per mafia, permettendo ai suoi amministratori di agire indisturbati all’interno del territorio, consolidando i rapporti tra istituzioni e criminalità organizzata, nonostante le prove fornite dai magistrati”. Oggi si aggiunge un altro possibile e per certi versi inquietate tassello. Infatti, il Consiglio dei ministri ha “promosso a più alto incarico”, il prefetto di Latina, Bruno Frattasi. Si occuperà d’ora in poi dell’Ufficio di coordinamento delle forze di polizia. Al suo posto è stato nominato Antonio D’Acunto in arrivo da Crotone. Ora D’Acunto dovrà “organizzare” il voto a Fondi, previsto per il prossimo mese di marzo. Compito arduo, poiché è più che concreto il rischio che vengano rieletti gli stessi indicati come collusi con i clan, dato che il commissariamento e le necessarie indagini sulle intese segrete tra politica e mafia sono state, di fatto, tutte bloccate. Il commiato di Frattasi è stato eloquente: “E’ un momento delicato per questa città occorre tenere alta l’attenzione eppure quando mi guardo intorno sono solo”. Il riferimento è chiaro: all’intera area del basso Lazio, dove pure il potente clan camorrista dei casalesi ha attecchito e messo radici. Questo, intanto è successo a Fondi, e questo è quanto è poi successo nel Consiglio dei ministri. Come dicono a Napoli (e magari pure a Fondi) “Zitto, zitto ‘into o’mercato”…

La crisi occupazionale

In Italia, ci sono 2.039.000 disoccupati: 386mila posti di lavoro persi nell’industria, 79mila nelle costruzioni, 97mila nel terziario, a cui si aggiungono 220mila dipendenti, 42mila collaboratori coordinati e continuativi e occasionali, 136mila lavoratori autonomi, 110mila dipendenti a tempo indeterminato.Tradotto nel linguaggio comune questo significa che la crisi occupazionale ha coinvolto un po’ tutti, interi settori lavorativi sono alle corde e a farne le spese maggiori sono i precari. A questi dati   vanno aggiunte 281mila persone in cassa integrazione. In prospettiva le cose non cambieranno nei prossimi due anni. Secondo la stima, il tasso di disoccupazione si attesterà all’8,7% nel 2010 e salirà al 9% nel 2011. 

 I numeri, dunque, smentiscono chi, finora, ha minimizzato gridando ai quattro venti che in Italia siamo fuori dalla crisi. In realtà, mentre Germania e Stati Uniti stanno risalendo la china, in Italia il mercato del lavoro va peggiorando. Il restringimento della base occupazionale è contenuta al Centro, ma il disastro riguarda sia il Nord che il Sud. Insomma, una batosta come non la ricordavamo da tempo e che ha portato l’economia italiana indietro di quasi otto anni. La ripresa ci sarà da qui a quattro anni…sarà una strada irta, piena di difficoltà e tutta in salita. Parola di Confindustria!

Solidarietà ai precari della scuola

Da Aosta a Mazzara del Vallo. Dilaga la protesta dei precari della scuola rimasti senza lavoro dopo i tagli della riforma Gelmini, che vedranno insegnanti e non solo esclusi dal nuovo anno lavorativo. Le prime agitazioni sono iniziate ad agosto. Secondo una prima stima effettuata dalla Flc Cgil subito dopo i trasferimenti saranno almeno 16 mila i supplenti di scuola media e superiore che non troveranno più la cattedra. Cui occorre sommare i colleghi della scuola elementare, appiedati dallo smantellamento del “modulo”, e almeno 10 mila Ata che dopo anni di supplenza e l’aspettativa di entrare di ruolo si ritrovano disoccupati.

Da Nord a Sud sono tanti i sit in organizzati dai docenti che sperano ancora in un posto di lavoro. A Milano è partito martedì il presidio dei precari. Una decina di manifestanti ha passato la notte davanti all’ufficio, incatenando le tende ai cancelli del provveditorato. A Roma i precari della scuola esasperati hanno trascinato davanti al Ministero la loro ultima speranza: la statua della Beata Assunta. Sempre a Roma qualche giorno fa alcuni insegnanti esclusi dalle graduatorie avevano protestato mettendosi in mutande, davanti al liceo Newton di Roma. I supplenti hanno anche esposto un cartello con la scritta “Dopo anni di precariato ancora in mutande”. A Benevento sono una ventina le persone, tra docenti e personale ausiliarioche da giorni occupano il terrazzo dell’Ufficio scolastico provinciale.

Qualche giorno fa il segretario del Pd Franceschini era andato a visitarle, ma era stato accolto con uno striscione: “Basta passerelle, vogliamo fatti concreti”. Anche in Sicilia monta la protesta. A Palermo docenti e personale Ata si sono incatenati davanti all’Ufficio scolastico di via Praga, e alcuni hanno attuano lo sciopero della fame. A Catania l’Ufficio scolastico provinciale di via Coviello è invece occupato, e i precari restano nei locali. Solo tra i docenti nella provincia di Catania sono 1.200 i posti in meno per quest’anno scolastico.

É di queste ore la notizia che una boccata di ossigeno è giunta a lenire l’estate di passione dei precari della scuola. Il cosiddetto “Decreto salva precari” è stato varato con tanto di conferenza stampa, dal Ministro Maria Stella Gelmini con a laterae l’On. Ministro del Wellfare (che bella parola mai così fuori luogo) Sacconi. In sintesi trattasi di decreto partorito ad hoc che consente a chi, docente, ha avuto nell’anno precedente un incarico annuale (01 settembre-31 agosto) o fino al 30 giugno, di percepire un’indennità (corrisposta dall’INPS, quindi già dovuta come indennità di disoccupazione) pari a circa l’80% dello stipendio base e ad accedere in modo privilegiato (secondo quali modalità non è chiaro ahinoi) alle supplenze brevi. Ne avessi il potere ribattezzerei tale bestemmia legislativa “Decreto finisci precari”.

Consta ora fare due considerazioni a supporto di tale valutazione. Il sopra indicato decreto si rivolge a chi ha avuto nell’anno scolastico 2008 la menzionata tipologia contrattuale, falciando via bellamente, tutti i precari che hanno fatto funzionare, in modo indispensabile, la scuola con le supplenze brevi conferite dai Dirigenti Scolastici. Di costoro non si fa menzione, tranne l’”Onorevole” Straquadaino che invita tali precari a cercarsi un altro lavoro visto che sono nel pieno del vigore fisico, ma di tale oscenità non darò conto in questo scritto. La seconda considerazione si materializza in forma di domanda: a cosa mira tale Decreto? Fossi malizioso direi ad annacquare la legittima protesta di questi giorni, dando ai meno risoluti, lungimiranti e lucidi precari un “contentino”. Ma non essendolo dico che è l’ultimo disperato tentativo di porre rimedio ad una scelleratezza (i tagli indiscriminati alla scuola) con un’altra scelleratezza, in un vortice di illogicità e incompetenza da parte del Ministro Gelmini e del suo entourage, che non può che risolversi in un aggravarsi della già drammatica situazione.

Concludo con due auspici uno dei quali attiene alla fantascienza visti i tempi attuali e cioè che un po di granu salis si materializzi nella scatola cranica del Ministro & Co., un altro più possibile ovvero che tutti i soggetti coinvolti, con in testa i docenti precari e non, in tale triste vicenda (seppur con colpe e ragioni differenti) si siedano attorno ad un tavolo e discutano con umiltà e voglia di ascoltare, di come far funzionare un organo fondamentale di un paese che si dice Democratico: il suo sistema scuola.

Davide Romeo.

Nasce la Federazione della Sinistra Alternativa…legittimo qualche dubbio?

Saprà essere la nuova Federazione della Sinistra Alternativa “una tappa verso un partito unitario della sinistra“, come ha auspicato Diliberto o resterà “un evento contingente” che non riuscirà ad evolvere in un progetto di più ampio respiro e spessore politico? Saprà il nuovo soggetto politico avere una sua connotazione specifica, scevro da sudditanze o inseguimenti strategici, puntando a “conquistare una sua propria autonomia e ad essere una vera alternativa” come ha precisato Ferrero o non saprà sfuggire alla tentazione di essere solo “la sinistra del PD” ? Saprà “radicarsi nel tessuto sociale e dare risposte concrete alla crisi economica” come ha sottolineato Salvi o la Federazione resterà un contenitore incapace di coniugare le diverse identità tanto da non essere riconoscibile se non come l’ennesimo, fluttuante spezzone di sinistra alla deriva?

C’è da chiederselo perché ad ogni buona intenzione deve necessariamente seguire un’azione che la concretizzi. Purtroppo di delusioni ne abbiamo già subite tante e diventa sempre più difficile metabolizzarle, facendosene una ragione. Prima delle elezioni europee eravamo tutti orientati verso un progetto unitario, voluto e auspicato dalla base e finalmente promesso dai leader della sinistra. Ci siamo sentiti ripetere – e lo abbiamo voluto credere – che le difficoltà, le incomprensioni, le divergenze che ostacolavano addirittura il formarsi di liste unitarie con il simbolo unico, costituivano il necessario tributo da pagare per superare la reticenza iniziale. Abbiamo lavorato in quella direzione, non fermandoci neanche quando il conflitto, inevitabile, si accendeva in modo da paventare una repentina chiusura dei rapporti. Abbiamo discusso e litigato, avviato confronti e percorso le strade del compromesso pur di dare piedi e gambe al progetto nascente…che il cuore e la passione non sono mai mancati, ma non sono sufficienti a far decollare nulla senza la concretezza dei fatti.

Ora ci viene presentata una Federazione ed è giocoforza  sentirla e viverla come un rallentamento. C’era una buona spinta propulsiva prima delle elezioni. Perché, allora, non sfruttarla compiendo l’atto formale della riunificazione vera e reale del partito comunista? Questo attendismo, il volersi dare tempo non sta molto nelle mie corde. Credo sia lo stesso per molti altri comunisti.

C’è da chiedersi…una Federazione che ha tante contraddizioni interne irrisolte come può pensare di diventare “l’alternativa“, come pensa di “radicarsi nel territorio“, come può evolvere in un “progetto unitario“? Se fossimo confluiti in un unico grande partito avremmo dovuto necessariamente trovare i modi per poter convivere, orientando gli sforzi verso obiettivi comuni. L’ipotesi della federazione, invece, non obbliga nessuno al confronto serrato e al superamento delle divergenze, ma limita i rapporti ad occasionali scambi di vedute in vista di battaglie sociali e politiche condivise. Occasionale sì…è questo che ci mette paura, il restare chiusi nel recinto della propria appartenenza, per aprirsi al confronto solo in determinate occasioni. 

Non è la logica sottesa alla nascita della Federazione, ma è quello che succede sul campo quando ognuno si trincera gelosamente dietro al proprio simbolo e non concede aperture se non quelle dovute! Diciamocele queste cose, per onestà intellettuale e per amor di verità. Lo dobbiamo a noi stessi. Belle le parole declamate da un palco, un fervore che rincuora e riaccende la speranza e la fede politica, ma poi dobbiamo fare i conti con la realtà…e quella è dura da gestire e digerire!

Non vogliamo, tuttavia, essere disfattista. Se questa è la nuova strada da seguire faremo il possibile affinché diventi il percorso attraverso il quale avvicinarci gli uni agli altri, concretizzando quel progetto di unità che inseguiamo da tempo. E’ necessario perché, mai come ora, il Paese ha bisogno di una sinistra forte e combattiva, che sappia contrastare lo scempio sociale, politico ed economico della destra. Ecco perché avremmo voluto una decisionalità più convinta…il fairplay lasciamolo al PD. Una sinistra vera, che voglia dirsi tale, deve essere mordente, incisiva, implacabile nella denuncia…concreta e tempestiva nelle risposte. E’ chiedere troppo?

Nasce Sinistra Popolare…non ci dormivamo la notte!

La moltiplicazione della falce e martello: Rizzo come Gesù! Sentendosi investito da sacro ardore, l’ex PdCI fonda un suo partito comunista. Chi non ne sentiva il bisogno? ☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭☭

Da un’idea di Rizzo nasce Comunisti- Sinistra Popolare, l’ennesimo partito satellite di sinistra che si accontenta di un modesto 0,1% pur di esistere. Il motivo per cui Rizzo non fa più parte del PdCI è stranoto. Da tempo l’ex comunista italiano scalpitava per avere il suo bel posticino al sole, tuonando contro il segretario Diliberto, ma nonostante facesse di tutto per mettersi in evidenza, i suoi interventi erano accolti da mormorii di disapprovazione ed evidenti segni di insofferenza della platea delle assisi nazionali. A dire il vero, si è sentito anche qualche fischio isolato, a sottolineare che proprio non se ne poteva più! Non che le critiche non siano bene accette, ma quando l’intento è quello di distruggere piuttosto che costruire, c’è qualcosa che proprio non va.

E che i conti, alla fine, non siano tornati è più che evidente. L’accusa di avere sostenuto il candidato dell’IDV nelle passate elezioni europee non è di quelle che possano essere sottaciute e Rizzo sapeva di incorrere in qualche sanzione facendolo. Riteniamo che abbia voluto uscire dal partito in modo teatrale, atteggiandosi a vittima di un sistema in cui egli non si riconosceva più (o che non gli concedeva lo spazio che lui avrebbe desiderato). Non abbiamo gradito il suo colpo di coda finale. L’attacco al segretario Diliberto era quanto di più pretestuoso potesse escogitare. Ignobile e di basso profilo politico!

Ora, la nascita di un nuovo partito che si fregia dell’ennesimo falce e martello. C’è da chiedersi quante volte questo simbolo si replicherà ancora. Ci interroghiamo stancamente su questo, guardando con tristezza alla deriva della sinistra. Tutti questi frammenti fluttuanti, queste schegge impazzite ci disorientano. Possibile che a sinistra non si sia capaci di coniugare l’azione di unirsi con un progetto solido e concreto? Cosa c’è alla base delle continue disgregazioni e delle repentine divisioni? 

Abbiamo  idea che ci sia una voglia di protagonismo devastante in Italia…anche a sinistra. Vendola docet! Prolifera la voglia di visibilità e si sgomita pur di avere i riflettori puntati addosso. Ma il carisma del leader ce l’hanno davvero in pochi e questa è un’amara realtà che certi politici non hanno ancora compreso. Non basta un esiguo drappello di sostenitori per essere tali. Ci vuole capacità comunicativa, spessore politico, credibilità, chiarezza e trasparenza di intenti, onestà intellettuale. Eh sì, a voler considerare tutte queste caratteristiche nel loro insieme, la rosa dei nomi si restringe notevolmente…e Rizzo, ci dispiace per lui, ne è totalmente fuori!

Tornando a sinistra popolare: l’intento dichiarato è quello di formare una lobby morale sui comportamenti e sulle azioni di lotta per riconquistare la fiducia della gente. Che diavolo significa? Ci rimuginiamo da ore, ma non riusciamo a capire il senso di una simile affermazione. Qualcuno dice a Rizzo che se vuole proporsi come il nuovo che avanza (Vendola2 – la vendetta!) smetta con il vezzo (o il vizio?) di usare il politichese? Corre il rischio che la gente di cui vuole guadagnare e/0 carpire la fiducia non lo capisca proprio 😀

Rizzo espulso dal partito

Partito dei Comunisti Italiani
Commissione Nazionale di Garanzia
alla cortese attenzione di:
Marco Rizzo
e per conoscenza:
Oliviero Diliberto (Segretario del Partito)
Antonino Cuffaro (Presidente del Partito)
Orazio Licandro (Responsabile Nazionale dell’Organizzazione)
Decisione CNG n. 14 del 23.06.2009
La Commissione Nazionale di Garanzia, riunitasi in data odierna in seduta straordinaria per via telematica e telefonica, presenti il Presidente Silvio Crapolicchio, il Vice-Presidente Vicario Vincenzo Calò ed i membri Angelo Jacazzi e Loredana Visciglia, ha preso visione del ricorso a firma Vincenzo Chieppa (Segretario reg. Piemonte), Mao Calliano (Segr. Fed. di Torino) ed altri, in relazione ai comportamenti tenuti nella recente campagna elettorale da Marco Rizzo.
La Commissione Nazionale di Garanzia, ha sentito Rizzo ed i compagni Chieppa e Calliano, ed ha preso visione dell’ampia documentazione inerente i comportamenti denunciati, da cui si evince che Marco Rizzo non solo si è astenuto dallo svolgere la campagna elettorale per le  Elezioni Europee a sostegno della lista Comunista (di cui il PdCI faceva parte con Rifondazione Comunista e Socialismo 2000), ma ha finanche dato indirizzo di voto diverso da come deciso negli organismi dirigenti del Partito; nella maggiorparte dei casi invitando a votare candidati di altre liste concorrenti a quella unitaria dei Comunisti (Italia dei Valori in primis, ed anche Partito Comunista dei Lavoratori e Sinistra e Libertà), in particolare sostenendo Gianni Vattimo (candidato nelle liste dell’Italia dei Valori), ed in certi casi dando indicazione di voto contro il nostro Segretario nazionale. A tale proposito, si richiama la documentazione inviata dal Segretario della Federazione di Torino, confermata dal Segretario regionale del Piemonte.
La Commissione Nazionale di Garanzia ha preso visione, altresì, di ulteriori elementi documentali, dai quali emerge in maniera inequivoca come negli ultimi anni di vita del nostro Partito, in modo continuativo Marco Rizzo abbia perseguito obiettivi strategici diversi da quelli decisi ed approvati negli organismi del PdCI, di cui esso stesso faceva parte, comportamenti che esulavano dal libero dibattito e dal confronto politico tra compagni, ma erano protesi al frazionismo interno, quindi alla costituzione di correnti o altri gruppi organizzati. Questo in violazione dell’articolo 9 dello Statuto che regola la vita interna e la democrazia di Partito secondo il principio del centralismo democratico.
Marco Rizzo ha pure fatto ricorso indiscriminato ai mezzi d’informazione come strumento per manifestare all’esterno posizioni di dissenso che non trovavano consenso nella stragrande maggioranza del corpo del partito e negli organismi dirigenti interni deputati a decidere. Questo in violazione del comma II dello stesso art. 9 dello Statuto vigente. Tale prassi, non propria di un Partito Comunista, dimostra il disagio di Rizzo al rispetto delle regole statutarie, con modalità contrarie alla normale buona diligenza ed alla Direzione Nazionale.
Piazza Augusto Imperatore, 32 – 00186 Roma Tel. 06.686271 – Fax 06. 68627243
Partito dei Comunisti Italiani
Commissione Nazionale di Garanzia
rappresentatività nella storia, dei Comunisti Italiani.
La Commissione Nazionale di Garanzia ha tollerato per lungo tempo i comportamenti anitistatutari di Rizzo, certa della possibilità di recupero delle divergenze in una dinamica tutta politica ed ha altresì esperito ogni tentativo possibile di risoluzione delle controversie prima di addivenire ad una soluzione disciplinare anche in occasione dell’ultima audizione di Rizzo. Ciò stante il I coma dell’art. 26 dello Statuto. Tentativi resi vani dall’ultima azione di
dissenso verso il Partito, perpetrata sempre a mezzo stampa da Rizzo (sul Corriere della Sera odierno), con vessatori attacchi al Segretario Diliberto. Per queste ragioni la Commissione Nazionale di Garanzia ritiene definitivamente venuto meno il rapporto di fiducia tra il PdCI e Marco Rizzo.
Pertanto:
– Vista l’ampia documentazione allegata;
– Vista la violazione dei principi statutari del PdCI, su tutti quello del Centralismo Democratico di cui all’articolo 9 e specificatamente ultimo capoverso del comma II, a cui un iscritto inderogabilmente deve attenersi;
– Visti gli inutili tentativi di risolvere in ambito politico la questione in essere, non per ultimo quello esperito in sede di audizione davanti a questa Commissione Nazionale di Garanzia;
Visto altresì il danno di proiezione esterna che in periodo di campagna elettorale questi fatti hanno generato e generano al Partito;
– Considerato che, alla luce di tutte le suesposte ragioni, il rapporto fiduciario tra il compagno Marco Rizzo ed il PdCI si è irrimediabilmente incrinato;
sentiti gli organismi direttivi del Partito;
visto il vigente Statuto del Partito;
tutto ciò visto e considerato,
P.Q.M.
delibera all’unanimità dei presenti l’espulsione dal Partito di Marco Rizzo stante l’art. 26 comma II punto e) dello Statuto.
Per la Commissione Nazionale di Garanzia
Il Presidente
Silvio Crapolicchio
Direzione Nazionale
Piazza Augusto Imperatore, 32 – 00186 Roma Tel. 06.686271 – Fax 06. 68627243

“El Pais”vs Berlusconi

13 Giugno 2009 — Berlusconi può nascondersi dietro la tutela della privacy dopo la pubblicazione delle foto in Sardegna? No. Le immagini sono rilevanti: è un personaggio pubblico la cui vita privata contraddice il suo discorso politico

La privacy è quell’ambito della vita privata di una persona che risulta inaccessibile agli altri, salvo che il proprio consenso non lo permetta. Ciò nonostante, è un diritto sottoposto a dei limiti. Infatti può essere sacrificato in favore del diritto di comunicare e di ricevere informazioni se queste sono di pubblico interesse. Le recenti informazioni che denunciano presunti casi di abuso di potere commessi dal primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, riportano in primo piano il dibattito sul grado di protezione della privacy che una società democratica deve garantire a coloro che , per via della carica rappresentativa o della professione esercitata, occupano una posizione di rilievo nella vita pubblica e, pertanto, sono sottoposti al giudizio sociale.

Soprattutto se si tratta di rappresentanti con responsabilità nell’ambito delle istituzioni democratiche. Detto questo, non devono esserci dubbi sul fatto che le persone celebri, oggetto di pubblica notorietà, non cessano pertanto di essere titolari del diritto alla privacy. Ma è anche vero che i limiti all’informazione (comunicare fatti che li riguardano) o alla libera espressione (esprimere opinioni sulla loro condotta) devono essere molto più flessibili nel caso in cui intervengano ragioni di pubblico interesse, sia per quanto riguarda il loro comportamento pubblico, sia per quanto riguarda azioni private che possano avere una rilevanza pubblica.

Questa è una condizione sine qua non della società aperta, che la giurisprudenza del Tribunale Europeo dei Diritti Umani ha ribadito, affermando che il diritto a comunicare informazioni su fatti di pubblico interesse occupa una posizione singolare nel sistema costituzionale dei diritti fondamentali, giacché una lesione o una restrizione ingiustificata di tale diritto non solo implica la limitazione del diritto fondamentale dei cittadini a ricevere informazioni, ma influisce anche negativamente sulla creazione e sul mantenimento di un’opinione pubblica libera, in quanto istituzione essenziale del sistema democratico (Sentenze Handyside c. Gran Bretagna del 7/XII/1976 e Lingens c. Austria, del 6/VII/1986). E questo vale anche per l’Italia.

Recentemente, la stampa italiana – nonostante gli impedimenti del Ministero di Giustizia – e quella internazionale, specialmente EL PAIS, hanno dato un’eco grafica ai sospetti di abuso di potere riguardanti il primo ministro Berlusconi. Questi abusi comprendono l’avere incoraggiato l’approvazione di leggi ad hoc affinché su dei voli ufficiali e, pertanto, con mezzi pubblici, possano viaggiare ospiti privati per attività ludiche, o l’aver promosso a incarichi di responsabilità, nelle liste elettorali del suo partito al Parlamento Europeo o nello stesso Consiglio dei Ministri, persone il cui unico merito politico è stata la bellezza, secondo quanto dichiarato orgogliosamente dallo stesso premier.

Berlusconi, tuttavia, ha considerato che la pubblicazione delle foto scattate nella sua tenuta in Sardegna, pur rendendo irriconoscibili le immagini dei protagonisti, attenta alla privacy dei suoi invitati ed ha annunciato azioni legali nei confronti di questo giornale. Tuttavia ci sono forti ragioni di ordine giuridico, basate sul pubblico interesse delle informazioni diffuse, che permettono di sostenere che il diritto di informare su questi fatti non può essere limitato. Vediamole.

La prima è che appare indubbiamente ragionevole la legittimità di cui dispongono i mezzi di comunicazione di informare sull’uso che il primo ministro fa di alcune singolari leggi, approvate con l’obiettivo di autorizzarlo a invitare i suoi amici a viaggiare su voli ufficiali.

Soprattutto quando lo scopo è quello di partecipare, con mezzi finanziati dall’erario, ad attività ludiche di carattere privato. Che una legge permetta di portare a termine ciò che è obiettivamente un abuso di potere, tristemente avallato dal Parlamento, non può essere un ostacolo affinché la stampa possa informare al riguardo, anche con mezzi grafici e – questo sì – con lo scrupolo di non diffondere particolari irrilevanti, come l’identità dei partecipanti. Che uno di essi si sia sentito chiamato in causa – l’ex premier ceco Topolanek – è solamente affar suo.

Ciò che realmente risulta importante è il fatto in sé dell’ostentazione che Berlusconi fa del lusso privato finanziato parzialmente con denaro pubblico, protetto dalla legge ad hoc. E pertanto quella stessa legge non può impedire che le persone vengano informate riguardo a tali attività, perché, se così fosse, sarebbe incostituzionale e sarebbe inoltre una conseguenza consustanziale derivata dall’articolo 21, comma 2 della Costituzione della Repubblica, che stabilisce che “la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censura”. È ovvio che in Italia, e in qualsiasi paese democratico, garantire l’informazione su fatti di questa natura è una questione di ordine pubblico democratico. Senza che, di contro, si possa accettare l’evidente strumentalizzazione del diritto alla privacy dei suoi ospiti, come ha fatto il premier italiano.

Il diritto alla privacy, come diritto a non essere infastidito, è protetto dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’uomo (art. 8). Ma quando ciò che si censura pubblicamente sono i comportamenti dei politici nella loro sfera pubblica – come il promuovere una legge che permette l’uso di fondi pubblici per scopi privati – il diritto di comunicare le informazioni (art. 10) non può essere interpretato – sostiene il Tribunale di Strasburgo – alla luce del diritto alla privacy. Con ciò si intende dire che i limiti della critica permessa sono più ampi in relazione a un politico, quando questi agisce come tale, come fa Berlusconi quando trae beneficio da una legge per favorire la sua cerchia di amicizie e mescola ingiustamente lo spazio pubblico con quello privato.

Naturalmente anche un politico gode del diritto alla privacy, anche quando agisce in ambito pubblico, ma in tal caso la protezione della sua intimità deve essere equilibrata con gli interessi della libera discussione delle questioni politiche (Sentenza, Caso Lingens, 1986). A tal proposito, il Tribunale di Strasburgo ha ricordato che, nel caso in cui un politico si trovi in una situazione in cui vengano occultati la sua attività politica e i suoi affari privati, può avere luogo una dibattito politico che scateni una dura critica, nell’ambito del diritto di comunicare le informazioni e della libertà di espressione (Sentenza, caso Dichand, del 26/02/2002). E la pubblicazione delle foto scattate nella residenza privata del primo ministro è un modo legittimo di promuovere un dibattito pubblico sull’abuso di potere.

Una seconda ragione concerne le esigenze di una società aperta: i rappresentanti devono rendere conto di comportamenti incoerenti ed ipocriti. Pertanto è necessario ottenere in modo diligente informazioni veraci e successivamente comunicarle alla società. Nel caso Berlusconi, la confusione tra pubblico e privato palesata da questo rappresentante pubblico eletto democraticamente, fa sorgere pochi dubbi all’interno del dibattito politico riguardo all’abuso di potere e alla promozione del clientelismo che, sotto la sua ala protettrice, e grazie alle sua acquiescenza, si sta espandendo. Conoscere tali fatti in tutta la loro dimensione, per quanto possa risultare amaro, è oggettivamente un motivo di pubblico interesse.

La società italiana, e di riflesso quella europea nell’ambito dell’Unione, non può scrollare le spalle di fronte ai comportamenti di un politico che possiede un tale livello di responsabilità istituzionale sia nel proprio paese, sia in Europa. E l’interesse cresce quando, accanto a questa esibizione di eccessi che rasenta l’oscenità istituzionale, il primo ministro, in un esercizio di evidente ipocrisia, si è reso protagonista, come nel caso Eluana Englaro, di un conflitto istituzionale con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il quale, con squisita prudenza, gli ha dovuto ricordare che non poteva ratificare un decreto legge palesemente incostituzionale mediante il quale Berlusconi, adottando posizioni proprie di un cattolicesimo ultramontano, pretendeva di impedire l’esecuzione di una sentenza della Corte di Cassazione, con lo scopo di prolungare la vita di una donna in stato vegetativo da più di quindici anni. La società italiana deve avere l’opportunità di contrastare attraverso l’informazione queste miserie che la danneggiano. La pubblicazione delle foto in Sardegna è, pertanto, di pubblico interesse, perché in questo modo si riesce a consolidare un’opinione pubblica libera.

(1) – Articolo originale: “La intimidad y el primer ministro”
http://www.elpais.com/articulo/opinion/intimidad/primer/ministro/elpepiopi/20090610elpepiopi_10/Tes/

  • "Il Partito dei Comunisti Italiani è un partito politico di donne e di uomini che opera per organizzare la classe operaia, le lavoratrici, i lavoratori ed i cittadini che lottano
    per attuare ed estendere i diritti e le libertà sanciti dalla Costituzione repubblicana ed antifascista.
    Esso si riconosce nei valori della Resistenza e nelle lotte del movimento operaio e si prefigge la trasformazione socialista della società.Fa riferimento al marxismo, alla storia ed all’esperienza dei comunisti italiani,persegue il superamento del capitalismo e l’affermazione degli ideali della pace e
    del socialismo in Europa e nel mondo"

    LO STATUTO DEL PdCI

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